La precarietà esistenziale come identità sociale: una operazione ideologica

pillole di analisi sociologica per tutti voi allevati da Mike Bongiorno, pigri di testa e ben vestiti

 

di Filippo Viola. Professore di Sociologia, Fac. di Sociologia, Univ. “La Sapienza” 

Premessa
Sulla soggettività sociale incombe una complessa operazione ideologica
. A partire da ben noti processi in atto, dalla destabilizzazione del rapporto di lavoro alla disarticolazione della vita sociale, si tenta di innescare una prospettiva inquietante: “sradicare” dalla coscienza collettiva la vecchia identità connotata dalla stabilità della prospettiva di vita, per “trapiantarvi” una identità di nuovo conio, che si riconosca nella condizione di precarietà esistenziale.

 (Continua)


Le grandi decisioni (2)

"Di regola, le grandi decisioni della vita umana hanno a che fare più con gli istinti e altri misteriosi fattori inconsci che con la volontà cosciente, le buone intenzioni, la ragionevolezza." Carl Gustav Jung (1875-1961)


Recensione de "Il perfezionamento dello spreco"

Un incontro virtuale con il Laboratorio Musicale Aperto EOS che ci ha fatto scoprire un album notevole e una persona a cui va tutta la nostra stima. Inauguriamo nel migliore dei modi quella che si spera essere un'appasionata serie di recensioni "dal basso".

Quello del Laboratorio Musicale Aperto EOS è uno dei pochissimi progetti
attivi in Italia che tenta - ambiziosamente - di superare i rassicuranti
confini delle sette note intrecciando la propria produzione musicale con la
letteratura, la performance teatrale, alcune suggestioni cinematografiche,
l'(auto)analisi sociale e la critica politica con la P maiuscola.
Sperimentando, quindi, nuove soluzioni sonore e attingendo a piene mani sia dai
rumori della vita di tutti i giorni che dalle grandi opere artistiche del
passato. Sulle spalle l'eredità pesante di una certa avanguardia rock
degli anni 70 alla Faust, alla Residents e alla Battiato, attualizzata
anche grazie ad un utilizzo sapiente della tecnologia digitale che sfocia
in una produzione a bassa fedeltà molto consapevole dei propri mezzi. 
Il perfezionamento dello spreco, che con questo titolo omaggia l'opera di
Marcuse e la critica della società consumistica della Scuola di
Francoforte (e ben si sposa anche con la foto di copertina di Chris Jordan),
è il primo album composto e registrato da Demetrio Scelta, già co-autore
di Agosto, e da Alessio Chiappelli, che mette in campo, tra le altre cose,
una voce eclettica ed espressiva. 
Si parte subito con una citazione dal John Cage più impertinente per
approdare alla Tragedia delle foglie, dove un atmosfera alla Bachi da
pietra o alla Massimo Volume incontra un testo di Bukowski lasciando subito
trasparire un attenzione particolare per i testi che segnerà tutto il
lavoro, soprattutto nelle sue parti originali. Un basso pulsante alla Joy
Division caratterizza invece Mirò e precede un'inaspettata cover degli
Afterhours. Splendida l'interpretazione che i due danno di Lilicka (In
luogo di una lettura) di Majakovskij così come Consapevolezza, dove
ritmiche mediorientali intervallano le liriche crude e profonde di
Demetrio. Ancora spazio alla voce di Alessio nel divertissement di Eufonia
e subito dopo lo spaesamento di Tentativi di Fuga, si approda alla
Paralisi della Critica, il pezzo forte di tutto il lavoro, dove la sosta è
obbligata e l'unico sbocco possibile è una definitiva Alienazione, cupa ed
ossessiva. “L'Italia è una repubblica fondata sulle veline”,
“qualcuno pretenderà i diritti sullo sfruttamento della paura prima o
poi, oppure già l'incassa” “Benvenuti nella società senza
opposizione”: sono gli annunci gelidi che avrebbe urlato un Giovanni
Lindo Ferretti se non avesse mai vissuto la guerra fredda. Il tutto mentre
i ritmi e i rumori della società industriale, magnificamente immortalati
dai primi dischi degli Einsturzende Neubauten, si sgretolano per fare
spazio all'elettronica e alle manipolazioni digitali. 
Un disco che è un inno alla presa di coscienza delle potenzialità
inespresse, allo sguardo critico su tutto ciò che ci riguarda da vicino,
alle forzature ed al coraggio. Un disco molto bello, da ascoltare e poi da
riascoltare almeno tre volte. Un disco con i piedi ben piantati nella
propria epoca e lo sguardo rivolto verso un orizzonte sempre più offuscato
dalla sete di profitto, dal trionfo del voler apparire a tutti i costi, dall'incapacità di
mettere in piedi un'alternativa che muova da istanze collettive. Un disco
che, di sicuro, non è in cerca di colpevoli ma di responsabili. 


Musica e politica sono un binomio ambiguo. Come vedi questo rapporto?

Questa è una domanda semplice semplice rivolta da Leonardo Clausi a Matthew Herbert, uno che nel campo della musica elettronica ha pochi rivali (tra i quali spicca il nostro K-conjog)... "capovolgere la prospettiva è un ragionamento intelligente!"

Musica e politica sono un binomio ambiguo. Come vedi questo rapporto?

Tutti pensano che la musica politicizzata sia di sinistra. Poi hai uno come 50 Cent che incita a fare soldi in tutti i modi possibili, a guardare alle donne eterosessuali in un certo modo, guidare auto costose, usare violenza contro i tuoi nemici: non sono gli stessi messaggi del governo americano? Io dico che è meglio non ammazzare le persone, che dovremmo salvaguardare l’ambiente, che respirare aria pulita è bello e fa bene: e sono considerato controverso. Mentre un film come Quantum of Solace, dove il protagonista è in tuxedo con un mitra pronto ad alimentare l’immaginario di bambini di nove anni, non lo è. È un mondo incredibile, incredibile. Ma di cosa cazzo altro possiamo parlare, quando siamo circondati da questa roba? Della mia fidanzata? Della chitarra che ho appena comprato? Non vedo storie più irresistibili. Una volta, a una conferenza stampa, un giornalista spagnolo mi ha criticato per questo. Allora gli ho chiesto di suggerirmi lui qualcosa di cui scrivere. Ci fu un lungo silenzio.

 


Le grandi decisioni

A proposito della tecnologia, di internet, della comunicazione, di me, di te e di questo blog del cazzo:

"Il mondo vive là fuori, a portata di mano, ma irraggiungibile. Sappiamo tutto quel che accade oltre la soglia che ci separa dalla sfera pubblica. Possiamo addirittura influire sugli avvenimenti esterni. Ma non possiamo essere nel mondo. Possiamo solo guardare."

I.Domanin

 

Queste parole non sono uscite di getto, sono mesi che vengono continuamente ritoccate. 

Le grandi decisioni

divorzi e comunioni

si pagano in soldoni

senza dimostrazioni

nè raccomandazioni

le grandi decisioni

non danno spiegazioni

 

Le grandi decisioni 

come le imbarcazioni

affettano le onde

affrontan lampi e tuoni

e come le elezioni

le grandi decisioni

non chiedono opinioni

 

Chiudi gli occhi, sta sfilando una fatalità

a sirene inspiegate e il cuore che schizza

Follemente, non c'è niente che ci tratterà

prima stesi su un sofà, poi in un cielo all'aldiquà

due sballati

in viaggio

per l'eternità

 

Le grandi decisioni

si credono i padroni

del mondo, della vita

e di altre percezioni

quand'io convertirei

le vostre obbligazioni

in grandi narrazioni

 

Le grandi decisioni

senza speculazioni

potranno rimanere

le nostre conclusioni

e di diventare grandi

io non ci credo più

qui fuori al mamamu

 

Chiudi gli occhi, sta sfilando una fatalità

a sirene inspiegate e il cuore che schizza...

follemente, non c'è niente che ci tratterà

prima stesi su un sofà, poi in un cielo all'aldiquà

due sballati

in viaggio

per l'eternità

 

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Apri gli occhi, è scoppiata la normalità

e lecchi i nuovi tagli alla sanità...

... poi un momento, s'alza il vento e tornano qui

tutte le idiosincrasie

quelle stane fantasie

e in questo brusio ti volti e 

son

qua

io


Gli autori colpevoli

A Boris Vian, un amante della buona cucina.

"Il cliente ha sempre ragione a esigere dei frigoriferi solidi e delle quattrocavalli che non siano in formaggio a pasta molle. Ugualmente ha ragione ad esigere, se un perfezionamento sta per essere apportato all'automobile, che il costruttore ne tenga conto; pagando, naturalmente. [...]

Al contrario, in ambito intellettuale (conserviamo, in mancanza di meglio, questo termine; la canzone fa parte di un ambito particolare dell'espressione e si conviene qualificare queste cose come intellettuali...) abbiamo evidenziato che, essendo l'imbecillità più aggressiva dell'intelligenza, e visto che i modelli da seguire sono spesso sommersi dalle imitazioni, lo slogan del cliente giunge immancabilimente al magistero dei somari e dei khojons.

E del resto chi ha introdotto nell'ambito della canzone questo termine di clienti? Il pubblico paga la canzone che ascolta, è chiaro; per via indiretta, naturalmente, ma paga: canoni alla radio, posti nei music-hall, percentuali sulla vendita dei tascabili e dei dischi; qualcosa finisce per arrivare all'autore, al compositore e all'editore...

Ma se il pubblico non pagasse... e se non ci fosse pubblico, ci sarebbero comunque gli autori, le canzoni e i cantanti.

Ecco cosa dimenticano sempre gli autori colpevoli. L'autore colpevole è quello che, sconfitto in partenza, afferma, con un cinismo reale o affrettato: perchè si possa vendere, è necessario che sia una m...

Ecco che si tradiscono subito. E' il loro perchè si possa vendere che li tradisce.

Naturalmente, se si vuole guadagnare molto denaro, si ha interesse a radunare clienti in gran numero. Ma, in materia di canzone, l'estensione di questa clientela dipende dalla misura in cui ci si preoccupa della sua qualità. La relazione col pubblico è uno scambio e ognuno dei due termini si riflette sull'altro.

Abbiamo parlato di macchine; spingiamo un pò più lontano l'analogia. Nel campo dei costruttori di automobili, c'è la Rolls-Royce a un capo; c'è, mettiamo, la Volkswagen all'altro. Da un lato la perfezione meccanica, la macchina che circola per trent'anni senza problemi; dall'altro, la piccola vettura economica che, tenuto conto del suo prezzo, fa quello che può, e molto bene.

Queste due vetture camminano; ma la Rolls costa dieci volte più della Volkswagen: è dunque normale che ci sia tra le due una differenza di qualità.

Ma una buona canzone non costa di più al pubblico di una cattiva, ed è lì che cessa l'analogia. E' all'autore e al compositore che essa costa un maggiore sforzo... uno sforzo molto piacevole.

Pertanto, quotidianamente, in questo mondo della canzone, voi incontrerete l'autore, l'editore o il compositore che vi ripeteranno, disincantati: perchè si possa vendere, è necessario che sia una m...

Si potrebbe credere, di fronte a tale lucidità, che la m..., una volta espulsa, essi continuino a considerarla come tale; ma basta un pò di attesa e questa m..., grazie ai loro sapienti lavori, comincia, osiamo dirlo, a produrre dei redditi.

Basta apettare e li vedrete voltar casacca e dire a se stessi che dopotutto questa sozzeria, poichè funziona... e tanto, risultava essere buona!... Forse era proprio arte! Quella con la A maiuscola!

Poche storie, miei cari colleghi. Quelli tra di voi che non sono idioti (qualcuno si salva) sanno come me che non è quel che viene preferito che funziona meglio. Appena si comincia a tentare di dedicarsi esclusivamente alla canzone, tanto da viverne, si è portati ad accettare un adattamento che vi ispira poco, una musica che non vi tenta affatto o dlle parole che vi lasciano freddi ma che piacciono ad una star che amate molto. Non lanciamo l'anatema della canzone "commerciale". Ma per favore proviamo almeno a fare una Volkswagen, se non ne possiamo fare una Rolls. Soltanto Rolls sarebbe monotono, è vero... soltanto Volks anche, d'accordo... ma esclusivamente delle bagnarole guaste sarebbe ancora più insopportabile, no?

Non abbiamo qui nessun conto da regolare con qualcuno; ma c'è un'etica per ogni mestiere. Se si tratta di un mestiere, che lo si faccia onestamente; e se il cliente richiede carne avariata, che gli si dica mi dispiace. Ma se non si hanno idee solide su ciò che si vuole, che non gli si rifili della carne avariata presentandogliela come filetto... [...]

Mettiamo da perte il caso degli irresponsabili (questo per riservarmi una via d'uscita se mai dovessi scrivere una canzone troppo squallida...) e insultiamo allegramente gli autori, i compositori e i parolieri che agiscono male giornalmente e volontariamente in piena coscienza e in piena tranquillità. Non hanno che una protezione: il loro conto in banca a volte sfacciato; ma vicino a Onassis, da questo stesso punto di vista, essi sono completamente ridicoli. E' molto facile avvilire il gusto del pubblico; è in egual misura possibile migliorarlo. [...]

Le persone spregevoli, in conclusione, sono quelle che giustificano la propria mediocrità ostentando il disprezzo verso il pubblico"

Da Musika e dollaroni. Contro l'industria della canzone


Michael Moore contro il piano anti-crisi

Certo appellarsi ad Obama suona piuttosto grottesco (il piano l'ha concordato lui in prima persona insieme a Bush!)... ma di questi tempi un artista che interviene in maniera sensata su un argomento di attualità politico-economica così importante è davvero merce rara!

Ecco l'appello del cineasta americano contro il piano anti crisi Bush-Obama(!):

da Il Manifesto di ieri:

STATI UNITI
La grande rapina
«Il governo Bush sta saccheggiando le casse dello stato». Appello del cineasta attivista contro il piano anti-crisi
Michael Moore

Cari amici, permettetemi di andare subito al sodo. Mentre leggete queste righe, è in corso la più grande rapina della storia di questo paese. Anche se non sono servite le armi da fuoco, 300 milioni di persone sono state prese in ostaggio e fatte prigioniere. Potete giurarci: dopo aver rubato 500 miliardi di dollari negli ultimi cinque anni per riempire le tasche dei loro sostenitori che fanno profitti grazie alla guerra, dopo avere riempito le tasche dei loro amici petrolieri al ritmo di più di cento miliardi di dollari solo negli ultimi due anni, Bush e i suoi compari - che presto dovranno traslocare dalla Casa Bianca - stanno saccheggiando le casse dello stato arraffando ogni dollaro su cui riescono a mettere le grinfie. Stanno rubando tutta l'argenteria prima di accomodarsi alla porta. Qualunque cosa dicano, qualunque discorso usino per terrorizzare la gente, si stanno dedicando ai loro vecchi trucchi: creare paura e confusione per continuare ad arricchirsi e ad arricchiare quell'uno% che è già schifosamente ricco.

 Leggete soltanto le prime quattro frasi del servizio di apertura apparso sul New York Times di lunedì 22 settembre e potrete constatare qual è la vera posta in gioco:

«Mentre i policy makers mettevano a punto i dettagli di un'operazione di salvataggio dell'industria finanziaria da 700 miliardi di dollari, Wall Street ha cominciato a cercare il modo di guadagnarci sopra. Le società finanziarie hanno fatto pressione per ottenere la copertura di ogni tipo di investimento traballante, e non solo di quelli collegati ai mutui ipotecari... Nessuno vuole essere tagliato fuori dalla proposta del Tesoro di comprare i bad asset delle istituzioni finanziarie».

Incredibile. Wall Street e i suoi sostenitori hanno combinato questo disastro e ora si stanno preparando a fare un sacco di soldi, come dei banditi. Persino Rudy Giuliani sta facendo pressione perché la sua società sia incaricata (e pagata) per fornire «consulenza» nell'operazione di salvataggio.

Il problema è che nessuno è veramente in grado di quantificare questo «crollo». Anche il ministro del tesoro Paulson ha ammesso di non sapere quale sia esattamente l'ammontare necessario (la cifra di 700 miliardi di dollari è una sua invenzione!). Il capo dell'ufficio del bilancio al Congresso ha detto che non è in grado di calcolarlo né di spiegarlo a nessuno. Eppure, eccoli lì a strepitare su quanto la fine è vicina! Panico! Recessione! La Grande Depressione! Il baco del millennio! L'influenza aviaria! Le api assassine! Dobbiamo approvare la manovra oggi stesso!! Casca il mondo! Casca la terra! Cascare da cosa? Niente in questa operazione di «salvataggio» abbasserà il prezzo del carburante che dovete mettere nella vostra macchina per andare al lavoro. Niente in questa proposta di legge vi proteggerà dal rischio di perdere la vostra casa. Niente in questa manovra vi darà l'assicurazione sanitaria. Assicurazione sanitaria? Mike, perché la tiri in ballo? Che c'entra con il crollo di Wall Street? C'entra e come. Questo cosiddetto «crollo» è stato scatenato dall'enorme quantità di persone impossibilitate a pagare il mutuo di casa, e dai conseguenti pignoramenti. Sapete perché così tanti americani stanno perdendo la propria abitazione? A sentire i repubblicani, perché troppi idioti della working class hanno contratto dei mutui che in realtà non si potevano permettere di pagare. Ecco la verità: la Causa Numero Uno per cui la gente dichiara bancarotta sono le spese mediche . Ve lo dico in modo semplice: se avessimo avuto tutti l'assistenza sanitaria universale, questa «crisi» dei mutui non ci sarebbe mai stata.

La missione di questa manovra di salvataggio è proteggere l'oscena quantità di ricchezza che si è accumulata negli ultimi otto anni. Serve a proteggere i grandi azionisti che possiedono e controllano le corporations americane. Serve a garantire che i loro yacht, le loro tenute, il loro «stile di vita» non siano intaccati mentre il resto dell'America soffre e lotta per pagare le bollette. Che per una volta siano i ricchi a soffrire. Che ci pensino loro a pagare la manovra. Stiamo spendendo 400 milioni di dollari al giorno per la guerra in Iraq. Che la fermino immediatamente, facendo risparmiare a tutti noi altri 500 miliardi di dollari! Devo smetterla di scrivere queste cose e voi dovete smetterla di leggerle.

Stamattina nel nostro paese stanno mettendo a segno un golpe finanziario. Sperano che i membri del Congresso si sbrighino, prima di fermarsi a pensare, prima che noi riusciamo a fermarli. Perciò smettete di leggere qui e fate qualcosa... adesso! Ecco cosa potete fare immediatamente:

1. Chiamate il Senatore Obama o mandategli una mail. Ditegli che non c'è bisogno che se ne stia seduto là a sostenere Bush e Cheney e il disastro che hanno combinato. Ditegli che sappiamo che è abbastanza in gamba da fermare questa cosa per poi decidere qual è la strada migliore da prendere. Ditegli che i ricchi devono pagare per qualunque aiuto venga loro offerto. Usate la leva che abbiamo per pretendere una moratoria dei pignoramenti delle abitazioni, per insistere nella richiesta dell'assistenza sanitaria, e ditegli che noi, il popolo, dobbiamo avere voce in capitolo nelle decisioni economiche che riguardano la nostra vita, e non i baroni di Wall Street.

2. Scendete in piazza. Partecipate a una delle centinaia di dimostrazioni convocate in fretta e furia e che si stanno svolgendo in tutto il paese (specialmente quelle vicino Wall Street e Washington).

3. Chiamate il vostro rappresentante al Congresso e i vostri Senatori. Ditegli quello che avete detto al Senatore Obama.

Quando nella vita abbiamo incasinato tutto, ci aspettano un bel po' di guai. Ognuno di voi conosce questa lezione fondamentale e presto o tardi ha pagato le conseguenze delle sue azioni. In questa grande democrazia non possiamo permettere che ci siano delle regole per la stragrande maggioranza dei cittadini che lavorano sodo, e delle regole diverse per le élite che, quando combinano un disastro, si vedono offrire l'ennesimo regalo su un piatto d'argento. Ora basta!

(Traduzione Marina Impallomeni )

 


Rap contro Sarkozy. Chi vince e chi perde (?)

Un interessante articolo di Francesco Merlo sull'assoluzione del rapper francese Hamè dall'accusa, firmata dall'allora ministro degli interni Sarkozy, di diffamazione della polizia francese...

"vivere nei nostri quartieri significa avere una possibilià in più di subire l'abbandono economico, la vulnerabilità psicologica, la discriminazione sul lavoro, l'instabilità educativa e le crudeli umiliazioni della polizia"

E il rapper sconfisse Sarkò

PARIGI - La libertà di espressione è salva. Ma la polizia francese è assassina? Assolto dopo sei anni di processi, il piccolo cantante nero ha vinto, ma forse ha perso. E il grande Sarkozy ha perso, ma forse ha vinto. E ovviamente i conti non tornano perché non esistono partite dove vincono entrambi gli antagonisti. Di sicuro, martedì scorso la Corte d' appello di Versailles ha definitivamente assolto il rapper Hamé dall' accusa di avere diffamato la polizia.
Hamé è una delle tante voci cantanti dei malesseri della periferia parigina. Ed è stato processato per bene tre volte perché nel giugno del 2002 aveva scritto in un articolo che «i rapporti del ministero degli Interni non renderanno mai conto di centinaia di nostri fratelli abbattuti dalle forze di polizia senza che qualcuno degli assassini sia mai stato messo sotto inchiesta». Nel 2002 il ministro degli Interni era appunto Sarkozy, ed è inutile dire che proprio alla prestigiosa firma, messa in calce alla denunzia per diffamazione, Hamé e il suo gruppo devono notorietà e carriera come sempre accade alle famose mosche cocchiere - la definizione è di Togliatti - le quali dimenticano di essere appunto alimentate dal cavallo che pungono e contro il quale si accaniscono. E, infatti, Hamé pubblicò quell' articolo-pamphlet a sostegno proprio del primo disco del suo gruppo rap "La Rumeur", che in francese è "il frastuono" ma anche "il brusio" e pure la notizia sussurrata e non verificata, cioè "la voce". Hamé era allora uno studente universitario ancora sconosciuto come artista, anche se aveva già la sua bella faccia rotonda e allegra «da ladro di notti e di musiche» sempre alla ricerca di «parole nuove», con «sulla pelle 365 cicatrici all' anno» e «l' unico desiderio di scappare da tutta questa merda». E ancora gli sembrava «inutile mormorare tutte quelle scemenze sull' integrazione» perché comunque egli sarebbe rimasto «underground et subversif». Oggi Hamé possiede una sua casa discografica, ha una laurea in Cinema e una agiatezza da successo «underground et subversif». Ed è fiero di rifiutare di addolcire i suoi testi rap per le radio e le televisoni: «La nostra è musica di immigrati, non è musica francese».
Hamè è stato sempre assolto. Unica macchia giudiziaria è l' annullamento del secondo processo d' appello da parte della Cassazione che ritenne «troppo gravi ed eccessive» le parole del cantante contro la polizia. Da parte sua Sarkozy, superata la campagna elettorale e diventato presidente, probabilmente temeva più la condanna dell' assoluzione, ma non poteva certo ritirare la denunzia perché avrebbe implicitamente ammesso di avere trattato il tema della sicurezza con intransigenza sotto le elezioni e, solo dopo, di affrontarlo invece con intelligente realismo politico. E va aggiunto che, dal punto di vista del pensiero astratto, in Francia, al contrario che in Italia, non c' è ragione di credere che, in genere, la magistratura non abbia lo stesso sentire della presidenza della repubblica e del ministero degli interni.
E dunque al processo sono sfilati e si sono affrontati il buon senso e il senso comune. Il buon senso voleva che «nel paese della libertà di espressione le canzonette sono solo canzonette» e il senso comune che «non si può assumere senza scandalo l' idea che la polizia è assassina». Testimone del buon senso è stato, per esempio, lo storico Murice Rajfus che ha contato 80 morti dal 1982 «quasi sempre minori di origine magrebina» e dunque ha aiutato Hamé che, in jeans maglietta e casquette abbandonata sulla gambe, ha spiegato che non si riferiva «a fatti precisi ma a un' atmosfera di violenza nella quale uno dei protagonisti è sempre la polizia». Poi Hamé ha cominciato a scandire, proprio come in uno dei suoi rap, una ventina di nomi: «Malik Oussekine ucciso il 25 novembre 1986 con une balle dans la tête, Abdelkader Bouziane ~». Ma «cosa può pensare un giovane di banlieue leggendo questo suo scritto se non che i poliziotti sono tutti assassini impuniti?» replicava il senso comune del presidente. E Hamè evocava persino la violenza contro gli immigrati algerini del 1961, l' anno del colpo di stato militare sconfessato da De Gaulle ma anche l' anno del coprifuoco imposto ai musulmani come ha poi raccontato un altro storico specialista, Jean-Luc Einaudi: «I dispersi furono almeno 400, con 61 istruttorie aperte dal prefetto e tutte chiuse con un "non luogo a procedere"». E però tutti capivano che «solo un rapper in delirio poetico» può permettersi di paragonare la polizia di Papon del 1961 con quella di Sarkozy del 2002. E sono stati chiamati i linguisti a discettare del valore dell' invettiva nella letteratura politica, «questo trasloco della lingua dalla testa allo stomaco, dal cervello alle viscere». La professoressa Dominique Lagorgette, specialista in pamphlet ha trovato, senza mostrare imbarazzo, «testi molti più violenti in Sade e in Voltaire» e ha poi spiegato che «è un genere aggressivo ma innocuo», anzi «l' arte rap è semmai un controveleno, un antidoto» perché sicuramente le canzoni, e anche gli articoli che le accompagnano, non uccidono, e qualche volta persino guariscono dalla violenza. Insomma «la polizia assassina dei rapper è come i fuochi d' artificio» e non si possono governare le pulsioni giovanili delle banlieue come si governa il traffico.
E così sono passati sei anni. La Francia si è impegnata a dibattere sul rap che è diventato «il solo momento banlieusard in cui è lecito insanire», con cui teatralizzare le pulsioni dei giovani emarginati «verso i quali bisognerebbe avere una mano più leggera di quella del presidente Sarkozy» ha sostenuto l' avvocato Dominique Tricaut. Ma adesso che Hamé è stato definitivamente assolto, come del resto tutti gli altri rapper che in questi anni sono finiti sotto processo, si può davvero dire che ha vinto il buon senso contro il senso comune, ha vinto cioè la ragione politica di chi cerca di non esasperare le sensibilità irritate degli emarginati e ha perso il senso comune che vuole che la polizia rappresenti la garanzia dell' ordinamento dello stato francese e non dell' assassinio. Grazie dunque ad un' imbrogliata sentenza postmoderna, Hamé vince perdendo l' occasione storica di diventare l' eroe romantico della banlieue, e il presidente Sarkozy perde vincendo: non sarà lui il cieco censore di un canto che in tribunale sembra persino avere un' etica. Ma chi conosce un po' la periferia parigina e il suo popolo di disintegrati, chi ricorda il fuoco, le ferite e gli spari del 2005 capisce che lo stato francese si permette di assolvere il rap con un gran dibattito politico, culturale ed etico, solo perché sa esibire la forza sul vero campo di battaglia.


Post to Woody

Su www.lev02.altervista.org c'è "Hanno ucciso Ulrike Meinhof", il nostro primo disco ed il nostro centoquindicesimo sogno che si realizza. Avrebbe potuto intitolarsi anche "Dall'interno/dall'esterno" (scartato perchè didascalico) oppure "Si, più o meno ho capito... ma da dove cazzo escono 'sti ceci?" (scartato perchè volgare). Oppure così:  

"Non sopporto le canzoni che ti fanno sentire inadeguato. Non sopporto le canzoni che ti fanno pensare di essere nato per perdere. Destinato a perdere. Non fanno bene a nessuno. Non fanno bene per niente. E perchè tu sei troppo vecchio o troppo giovane, troppo grasso o troppo magro, o troppo brutto, e troppo qui e troppo là. Canzoni che ti buttano giù, che non tengono conto della tua cattiva sorte o di quanto hai tribolato. Sono qui per combattere contro questo genere di canzoni finchè avrò fiato in corpo e finchè avrò sangue nelle vene. Sono qui per cantare le canzoni che ti dimostrano che questo qui è il tuo mondo e che, anche se ti ha colpito duramente e buttato al tappeto almeno una dozzina di volte, non l'ha certo fatto per il colore della tua pelle, e neppure perchè sei grande o piccolo o per la taglia che porti, sono qui per cantare le canzoni che ti fanno sentire orgoglioso di ciò che sei e di quello che fai." Guthrie  (scartato perchè lungo)


...here's the Lev!

Ebbene si, siamo pronti, siamo al gran completo e con il solito entusiamo condito da una massiccia dose di pressapochismo!

Totalmente autoprodotto (ci mancava solo che ci costruivamo le chitarre...) e a brevissimo liberamente scaricabile dal sito (tenete d'occhio www.lev02.altervista.org), è pronta "Hanno ucciso Ulrike Meinhof" la prima fatica (per chi ci sta intorno, mica per loro) dei Lev.

La cosa più bella che poteva capitarci era poi di presentare questo risultato scalcitante di una gravidanza desideratissima nella migliore trasmissione musicale che conosciamo... and sometimes dreams come true! Tenetevi liberi quindi il prossimo lunedì sera, 2 Giugno 2008 e sintonizzatevi verso le 8 e mezza (ma anche 9, si è capito ormai che la puntualità non è la specialità dei Lev!) sulle frequenze di Radiolina 104.90 Fm, la radio pirata napoletana in diretta da Officina 99 che trasmette anche in streaming sul sito www.inventati.org/radiolina e che potete ascoltare live cliccando su "appiccia a radio!" in alto a destra.

E non è mica un caso che siamo ospiti di KorovaMilkBar proprio in questa data... Subito dopo le dichiarazioni retoriche di Napolitano e co. nell'edizione serale del tg3 provate ad ascoltare cosa hanno da dirvi i Lev e Zio Fabio sulle ipocrisie e le contraddizioni di questa che più di uno si ostina ancora a chiamare Repubblica! Il tutto inframezzato da musica di alto livello (qui già si preparano i cd dei Fugazi e dei Gang of four...) e le grida di battaglia del nostro inimitabile dj....stay tuned!!!

I punk dicono: Ok, noi suoniamo distorto e veloce e allora? Ecco, a me piace quel: e allora?. Frank Zappa


Mi guardo e non mi vedo più

Non siamo mai stati un gruppo propriamente (o solamente) punk, nè tantomeno dei punx. Queste righe, che liberamente riportiamo da "machete", riassumono però tanti discorsi e tante esperienze che abbiamo condiviso come pseudo-musicisti, come amici che "si incontrarono ai tempi della scuola" e come militanti di un collettivo politico-musicale.

P.S. Con l'uscita del disco ci siamo davvero!!! 

punk's not...

«Sono venuto in questo mondo
come una pantera imbizzarrita
aspettando di essere messo in gabbia
ma qualcosa è successo nel frattempo
non sono mai stato del tutto addomesticato»
The Germs


SÌ, LO SO. Mai niente e nessuno ha potuto impedire a ribelli ventenni pieni di rabbia di diventare imprenditori quarantenni pieni di buon senso. Sono trascorsi tanti anni, ma ho ancora davanti agli occhi i reduci sessantottini che ci guardavano con compassione dall’alto dei loro scranni o delle loro cattedre. Ho ancora nelle orecchie le loro parole piene di scherno: «noi sì che abbiamo fatto la rivoluzione, ma voi? Voi cosa vi credete di poter fare? Siete destinati a rientrare nella normalità, molto prima e molto peggio di noi». Forti della consapevolezza che nulla ci avrebbe mai fatto piegare la testa, che il loro fallimento non era il nostro destino, era divertente mandare al diavolo quei ruderi incravattati. Ma in cuor nostro sapevamo che quella determinazione per molti di noi — ma per chi? — si sarebbe rivelata solo un’illusione.

Io questo lo so, ecco perché continuo a ripetermi che non vale la pena prendersela se anche per il punk è venuto il momento del revival interessato, degli album di famiglia da smerciare, dei concerti commemorativi da organizzare, dei vecchi dischi da ristampare, delle mostre retrospettive da esibire. In fondo, perché no, non è sempre andata così? Un periodo di oltre vent’anni è più che sufficiente per smaltire antichi furori, per rifarsi il guardaroba, per ricoprire un posto adeguato in società. Gli sputi di ieri si possono anche ricordare, in allegria, dopo averli sostituiti con le pacche sulle spalle di oggi. Due generazioni ci separano dai primi anni '80, dagli anni in cui ci sentivamo schiavi nelle città più libere del mondo, ed agli occhi di alcuni questo spazio temporale costituisce la giusta distanza di sicurezza per poter fare i conti — anche economicamente parlando — con il proprio passato.

È sufficiente entrare in libreria e dare un’occhiata ai titoli che da alcuni mesi a questa parte si stanno accumulando sull’argomento. Libri che, mi si dice, incontrano un certo interesse. A me, quei libri danno la nausea. Soprattutto se i nomi dei loro autori risvegliano antichi ricordi, riaprono vecchie ferite, non essendo del tutto sconosciuti. Sono la più atroce prova della capitolazione dei sogni e dei desideri che animavano molti punk. Al di là della giustificata curiosità che questi libri suscitano in chi non ha vissuto direttamente quel periodo, mi sembra ovvio che questa frenesia di ricordare come eravamo nasca dalla constatazione che non lo siamo più. È solo grazie a questo oblio di ciò che si è stati, alla rimozione di quello per cui ci si è battuti, che il punk può diventare un capitolo chiuso da consegnare ai libri di storia. Per quanto scontato sia questo fenomeno resta il fatto che questo passato, per alcuni così spento e lontano, per qualcun altro brucia come se fosse appena ieri.


Polvere fastidiosa

Eravamo polvere, polvere negli occhi di chi ci guardava. Non cercavamo consenso, non volevamo comprensione, non bramavamo riconoscimenti. Anzi, facevamo del nostro peggio per disturbare chiunque. Quasi tutti storcevano il naso di fronte alla nostra necessità di sconvolgere, scambiando per mania di protagonismo quello che era (ma lo era davvero? che illusione!) ossessione di bruciarsi i ponti dietro alle spalle per essere certi di non poter più tornare indietro. Un piccolo giornalista di provincia ci definì i nuovi barbari, mentre un non ancora grande giornalista metropolitano ci accusò di girare con un topo di fogna sulle spalle alla ricerca di un bersaglio. Divertente o irritante che fosse, il disprezzo della gente per bene ci rassicurava e lo preferivamo sia ad una approvazione che avremmo scambiato per umiliante condivisione d’intenti, sia ad una indifferenza che avrebbe indicato in noi un’imbarazzante inoffensività. E poi, lo ammetto, questo disprezzo era reciproco. Non potevamo essere compiacenti con chi sembrava più che rassegnato a morire democristiano.

Anarchici? Sì, anarchici! Ma l’anarchia era più nei nostri cuori che nelle nostre teste. Non era quella di Bakunin o di Malatesta, non era l’adesione ad un progetto insurrezionale o ad un programma sociale. Non credevamo nel sole dell’avvenire e ci facevano ridere, ridere, ridere a crepapelle i militanti rivoluzionari dalle barbe bianche, sia che ci invitassero a criticare «l’epistemologia del dominio» dal punto di vista libertario sia che ci esortassero a fermare «l’imperialismo della borghesia» seguendo la strategia marxista-leninista. Anche noi, come qualcun altro prima di noi, pensavamo che le persone serie hanno l’odore di carogna e seguivamo la nostra inclinazione al piacere, ovunque potesse condurci, senza preoccuparci né di Dio, né della Società, ascoltando soltanto la nostra inquietudine, noi stessi, la trasformazione che avveniva in noi. Il rifiuto di questo mondo non nasceva dal lavorìo del nostro cervello, ma dal ribollire delle nostre viscere davanti all’orrore per il presente, davanti a questa ripetizione seriale di un’esistenza priva di significato, di bellezza, di autonomia, da trascorrere fra quaderni di scuola e pratiche d’ufficio, chiacchiere da caffè e tifo da stadio, il tutto inframmezzato da pause in discoteche e sotto gli ombrelloni; un’esistenza miserabile votata alla carriera, alla famiglia, alla pensione. Guardavamo gli adulti, a cominciare dai nostri genitori, e sapevamo solo cosa non volevamo — mai e poi mai come loro!

Con un bagaglio così leggero non si poteva fare molta strada, si dirà. E va bene, inutile nasconderlo: non avevamo una coscienza di classe, non provavamo alcuna solidarietà verso chi come noi subiva l’esistente, ce ne fottevamo della ristrutturazione dei processi produttivi in corso, sapevamo a malapena chi fossero Makhno e Durruti (ma anche voi, signori anarchici, non avete fatto granché per attizzare la nostra curiosità nei loro confronti, sapendo solo sbandierarci sotto gli occhi dei santini mummificati), le nostre conoscenze teoriche galleggiavano in un mare di superficialità e ignoranza. Ma una qualità, almeno una, l’avevamo: eravamo pieni di rabbia, una rabbia che travolgeva ogni cautela politica e sbriciolava qualsiasi museruola.

Non tentavamo di costruire qualcosa, perché volevamo distruggere tutto. Rispolverando la vecchia arma dello scandalo, amavamo presentarci alle cerimonie pubbliche per salire sui tavoli imbanditi e mettere i piedi nel piatto. I seri e noiosi militanti scuotevano la testa, non capivano perché volessimo essere guastatori e non capipopolo, perché cercassimo gli insulti che dividono e non gli applausi che uniscono. Ci rimproveravano che bisogna “difendere e diffondere” le proprie idee se si vogliono conquistare le masse; ma a noi bastava trovare pochi complici con cui divertirci. In tutto quello che facevamo miravamo più ad esprimere la nostra individualità che a convincere la collettività.

Una rabbia, la nostra, che non è mai riuscita a mettere a ferro e fuoco le città. In generale l’ideologia della non-violenza aveva troppa influenza sul punk, un simbolo del quale era l’A cerchiata che spezza il mitra («la libertà non ha valore se il prezzo da pagare è la violenza/non voglio la tua rivoluzione: voglio anarchia e pace» cantavano disgraziatamente gli amati Crass). E forse anche la voglia di differenziarsi dalla generazione del ‘77 ha contribuito in questo senso. L’assalto al cielo condotto dai nostri “fratelli maggiori” ha avuto molti aspetti gioiosi, anche armati, ma noi per lo più li ignoravamo. Per cui, non volendo né vivere per una Reazione borghese che odiava, né morire per una Rivoluzione proletaria che non amava, il punk ha espresso altrimenti il suo mal di vivere; attraverso il non-conformismo assoluto, la diserzione dai ruoli sociali imposti. Se non si vuol arrivare (al successo, alla fa-ma, al potere), basta non partire. Aggrappato a questo presupposto, il punk ha messo in atto la sua linea d’azione: uno scrupoloso non collaborazionismo su tutti i fronti. Al suo interno, l’ipotesi di prestare la propria opera a un qualsiasi ente, associazione, organizzazione commerciale, istituzionale o filoistituzionale non veniva nemmeno presa in considerazione, pena il venire marchiati dal disprezzo. Era la vecchia concezione dell’indissolubile legame che intercorre fra mezzi e fini, fra teoria e pratica. Non si può sconvolgere il mondo e al tempo stesso servirlo. Ben pochi di noi erano consapevoli che questa concezione etica aveva illustri precursori — anarchici, surrealisti, situazionisti. Più semplicemente ci bastava sapere che «chi si scopa una suora, poi si unisce alla Chiesa» (Clash).

Col senno del poi, appare quasi una banalità riconoscere come il disinteresse generalizzato da parte nostra nei confronti di chi e cosa ci avevano preceduto sulla via della rivolta ci abbia indebolito, facendoci cadere in errori e tranelli che altrimenti sarebbe stato facile evitare. Ma nessuno conosceva a fondo la storia dell’avanguardia storica, istruttiva da molti punti di vista. E poi — maledizione! — nessuno, nessuno, nessuno che ci abbia fatto scoprire che il movimento anarchico non vanta solo una tradizione di filosofi, sociologi, economisti e inarrivabili eroi, ma anche di romantici teppisti ed aggressivi burloni (il solo Albert Libertad era riuscito a sfuggire all’epurazione storiografica attuata dal perbenismo anarchico). L’esempio di tutti quegli “al-di-fuori” libertari ci avrebbe forse spronato, galvanizzato ed aiutato. Riconoscendoci nei loro desideri e nelle loro emozioni, saremmo stati più disponibili ad ascoltare le loro parole. Scartati in partenza da chi preferiva proporre maestri che fossero presentabili scienziati sociali, non c’è da stupirsi se agli occhi dei nostri vent’anni l’àncora dell’esperienza venisse vista solo come una palla al piede.

Fatto sta che nel giro di pochi anni quella rabbia punk che sembrava inestinguibile si è consumata in una fiammata, assieme all’etica che la accompagnava. Con rare eccezioni, il destino tanto predetto ai punx non si è avverato: né anarchici in lotta contro lo Stato né barboni ai margini della società. In compenso il gusto per la rottura ed il look iconoclasta si sono rivelati una trovata autopromozionale, utile per attirare l’attenzione in vista di andare a battere cassa ad una industria discografica o editoriale in difetto di originalità. Ed oggi, chi è uscito dal punk per entrare nel mercato sta invitando tutti a fare una rimpatriata e vorrebbe sfruttarne la memoria.
Non potendo rifiutare una così garbata richiesta, sono lieto di poter dare il mio piccolo contributo.


Costretto a commerciare

Ricordo Marco Philopat, era fra i principali animatori del Virus di via Correggio a Milano. Facevano un bel trio, lui («l’autonomia totale dall’istituzione e l’autogestione reale sono le uniche forme che ci permettono di vivere ed esprimerci liberamente»), Fabio («Non ci scusiamo né di essere come siamo, né di cercare di essere coerenti con le nostre idee. Per l’autogestione che è tutta la nostra vita!») e Cristina («Il fatto di non appoggiarsi alle normali ragnatele del sistema è fondamentale»). All’epoca volevano sperimentare una “alternativita” punk fuori da ogni percorso prestabilito. Non so cosa abbia riservato il destino agli altri due componenti del terzetto, ma purtroppo so bene cosa sia Philopat. Non è più un giovane «punk-anarchico», adesso che si è fatto ometto si definisce un «libero professionista». Non si interroga più «sulle reali possibilità che abbiamo noi oggi di opporci efficacemente a questo sistema traboccante di capitalismo» né sollecita l’azione diretta contro i «punti avanzati dell’invasione americana», giacché con simili preoccupazioni non avrebbe mai potuto trovare ospitalità sulle pagine patinate di XL. Non è più nemmeno coinvolto in «un progetto di cultura autonoma ed autogestita senza fini di lucro», quale era a suo stesso dire il Virus, ma «concepisce idee per la realizzazione di prodotti culturali» interagendo «con organizzazioni ed enti animati dalle stesse finalità».

Detto terra terra, adesso che ha capito che «tutte le controculture finiscono fagocitate dal mercato, svuotate di significato» e che quindi «si degnano di attenzione i linguaggi nuovi solo quando si esprimono nell’arte pura, nella letteratura», Philopat si divide fra la neonata Agenzia X e l’Einaudi dal cui catalogo fa capolino il suo cipiglio ossigenato (fra lo psichiatra televisivo Crepet e la rockstar del culatello Ligabue). La casa editrice piemontese, dopo aver conquistato la sua fiducia («Siccome preferisco definirmi agitatore culturale piuttosto che scrittore la mia collocazione in una grande azienda mi sembra alquanto improbabile, anche se non escludo a priori la possibilità di provarci»), ha ristampato i suoi due libri già editi alcuni anni fa dalla Shake. Per convincere i nuovi lettori all’acquisto le iperbole si sprecano: «grande romanzo epico» che narra le gesta di un gruppo divenuto «mitico» l’uno (La banda Bellini), «romanzo di un’epoca» che racconta uno spazio punk «storico» l’altro (Costretti a sanguinare). C’è da arrossire al pensiero di come si sia ridotta la casa editrice di Calvino, Fenoglio, Levi, Pavese...

Per non essere costretto a vomitare non ho letto né il suo diario immaginario punk, né la sua mitizzazione di una banda di sprangatori stalinisti. Non sopporto chi per uscire dal ghetto, per rompere la gabbia, non trova di meglio che estetizzare e commerciare la propria rabbia. Ma a giudicare dalla sua foto promozionale presente sul catalogo, dove indossa una maglietta incitante alla guerra di classe, si capisce come il suo cuore batta sempre dalla stessa parte. Peccato che sopra il cuore questo cialtrone sia ormai solito portare il portafoglio, e che oggi la sua trincea sia scavata sul fronte del mercato editoriale e non dell’autogestione della vita. Il suo istinto del vivere si è estinto, sopraffatto dal bisogno di sopravvivere.

Non potrebbe più sottoscrivere che «una naturale predisposizione libertaria ha portato il punk a rifiutare sempre più ogni contatto con qualsiasi organo istituzionale», dal momento che lui questa «naturale predisposizione» ha dimostrato di non possederla. Ecco alcune delle odierne preoccupazioni che turbano i suoi sonni: «per scrittori ed editori oggi ci sono difficoltà, soprattutto per chi ha dai 45 anni in giù, nel trovare gli interlocutori giusti ai piani alti del potere», oppure «purtroppo la ricerca storico/teppistica/letteraria non riceve alcun sovvenzionamento». Che peccato! Un governo illuminato non tratterebbe così gli ex punk anarchici. Philopat è persuaso che essi siano « diventati una preziosa risorsa per un possibile rilancio dell’intera galassia culturale nel nostro paese. E mi chiedo come mai la sinistra ufficiale non sia ancora in grado di capirlo» (ma dal meridione si intravedono sprazzi di luce: «la candidatura di Nichi Vendola, bravo a parlare con la gente, al di fuori dalla sinistra arroccata nel Palazzo»).

Per quanto mi sforzi, mi è difficile conciliare queste sue parole con «il carattere insurrezionale, internazionalista ed esplicitamente anarchico» che lui stesso attribuisce al punk. Né capisco come possa assicurare senza vergognarsi che l’esperienza punk «non sarà stata così eclatante ma possiamo contare su pochissimi abiuri. Quasi nessuno è diventato un segretario di Forza Italia o un portaborse di Tronchetti Provera» — ma per abiurare il punk, non bastava lusingare i politici o finire sul libro-paga di una azienda che conta?

Ravvedutosi rispetto alla lotta «contro la falsità di tutta la stampa borghese e non», guarito dal pernicioso morbo che porta al «completo rifiuto di apparire o partecipare a qualsiasi loro giornale o a qualsiasi loro progetto di pseudocultura», Marco Philopat è la dimostrazione che il capitalismo offre davvero un’occasione di redenzione a tutti. Se ne è accorto perfino Giancarlo De Cataldo, che lo definisce «un signor scrittore che rivendica l’eredità migliore del Sessantotto: la libertà e le scorribande ormonali». Detto da un magistrato, per altro giudice a latere del processo tenutosi alcuni anni fa contro decine di anarchici nell’ambito dell’inchiesta Marini, è una garanzia. Ognuno ha gli ammiratori che merita.


Una storia sporca di sangue e di merda

Ricordo Gomma, la sua è proprio una storia sporca. Nel 1984 fu tra i punx che sabotarono lo svolgimento di una rassegna sulla “bande spettacolari giovanili” organizzata dalla Provincia di Milano, che poteva vantare la presenza di teste-molli come Giorgio Bocca, Goffredo Fofi o Francesco Alberoni. In quell’occasione, Gomma si tagliuzzò il petto di fronte agli odiati sociologi per consegnar loro il proprio sangue da analizzare. Un regalo che i vivisezionatori della vita altrui non presero molto bene, ma che commosse i punx di tutta Italia.

Qualche anno dopo, ammaliato dalla tecnofilia cyber, passato di moda il rifiuto punk del mercato e avendo già utilizzato un finanziamento pubblico per dare vita alla Shake, Gomma invitava dalle pagine di Decoder ad usare la lingua per amare e non per leccare il culo ai padroni... ma allora, mi domando, perché dalla sua bocca cola così tanta merda? Dopo aver chiarito che i frequentatori degli spazi sociali vengono «soprattutto a fruire di questa merce che offriamo loro e che il potere non ha avuto l’intelligenza di mettere in circolazione», da un certo tempo a questa parte si sta dando un gran da fare per realizzare un archivio digitale dove far confluire le immagini di se stesso, ma anche di chi un tempo gli fu compagno. A questo scopo ha creato un suo blog, nonché curato per la solita Shake la pubblicazione di Punx. Creatività e rabbia, un dvd+libro dall’imperdibile introduzione.

In questa «ricostruzione storica» voluta per ragioni «di cuore», Gomma ha incluso anche la contestazione ai sociologi che lo vide fra i protagonisti. Deve essere bello guardarsi sullo schermo, ah i bei tempi andati... Solo che oggi è costretto a riconoscere che gli antichi nemici qualcosa di vero l’hanno detto: «come sempre accade per i movimenti... il “mercato”, che si incarna nelle grandi società di comunicazione (editoriali, discografiche, pubblicitarie, televisive), quando lo ritiene opportuno, ingurgita e sputa ripuliti comportamenti, vissuti, utopie». E chi meglio di lui può dirlo, lui che oggi è curatore del sito web della Feltrinelli, colosso dell’industria editoriale di cui è stato anche consulente, lui che può vantare collaborazioni con Rai Tre (quella stessa Rai Tre che un tempo, quando era ancora una rete pressoché sperimentale, venne allontanata a malo modo dal Virus), lui che ha sedato tutta la rabbia punk per metterne in vendita solo la creatività? Per questa Gomma venire masticati e sputati dal mercato è un fatto normale che — udite, udite — «talvolta può essere letto addirittura alla stregua di un buon segnale, se diventa possibilità e stimolo per cambiare qualche aspetto di un mondo così imperfetto». Impossibile dargli torto. Grazie al suo aiuto, la Feltrinelli o la televisione di Stato potranno ben aver cambiato «qualche aspetto» dei loro mortiferi progetti. Ma questo tocco di colore non ne ha mutato la sostanza, che per altro è ulteriormente peggiorata.

Senza alcun imbarazzo, Gomma ora ci confessa di «essere tra i pochi ad aver scattato una cinquantina di ritratti di punk tra il 1979 e il 1982». Amerebbe esporli, ma è assalito da scrupoli morali: quasi tutti quei punk oggi non hanno fatto carriera come lui, ma sono morti. La generazione punk «ha pagato per ragioni esistenziali e non è facile pertanto cantarne le gesta». No, non è facile ma lui, lui che a differenza della stragrande maggioranza dei punk si fa pagare per farlo, ci vuole provare. Ecco perché ha pubblicato questo dvd, e ancor prima un video sul Virus. Ma cosa ne penseranno gli altri punk di queste sue operazioni? È lui stesso a dirlo: «significativamente ci sono tanti ex punk che oggi non vogliono che la loro storia sia narrata... Loro, che rispetterò sempre per questa scelta così diversa dalla mia, hanno chiuso la porta in faccia alla comunicazione. Ma sono un segno tangibile dell’incredibile, inarrivabile duplicità del punk, “non comunico/comunico alla massima potenza”. Sono la memoria inconoscibile del dramma punk, sono il simbolo di ciò che non si può dire».

Gomma rispetta la scelta di chi non ha rinnegato il proprio passato, sperando così che in base alla legge della reciprocità questi irriducibili punk rispettino lui. Ma si sbaglia (forse non per tutti, ma di certo per qualcuno). La sua ipocrita e strumentale alternativa «non comunico / comunico alla massima potenza» se la può ficcare su per il culo. Sa perfettamente che il punk non ha MAI rifiutato di comunicare, ma ha sempre rifiutato di farlo attraverso i canali del mercato e delle istituzioni. Cos’altro erano i dischi, i concerti, le fanzine, le scritte sui muri, i volantini, lo stesso abbigliamento, se non il tentativo disperato e totale di mettere in atto una forma di comunicazione che fosse propria, autodeterminata, autonoma? Altrimenti, meglio il silenzio. Quel silenzio in cui oggi sono sprofondati molti punk e che è segno di una dignità di cui Gomma è privo, lui che pensa che la comunicazione alla “massima potenza” passi attraverso gli uffici della Feltrinelli e gli studi di Rai Tre.


Da provocazione vivente a fenomeno da baraccone

Mai e poi mai potrò dimenticare Helena Velena, la cui memoria pensavo fosse sepolta per sempre sotto una montagna di sterco. Invece il revival punk a cui stiamo assistendo è riuscito in un’impresa che ha quasi del paradossale. C’è chi riesce ad invitare Helena Velena a parlare del punk, a rinverdire quegli anni, a decantarli pure, in virtù del fatto che ne è stato uno dei protagonisti. E ciò è indiscutibile, ma chi inviterebbe Giuda Iscariota a parlare del cristianesimo?

Quando si faceva chiamare Jumpy, era cantante dei Raf Punk di Bologna, fondatore della Multimedia Attack (la prima etichetta punk anarchica italiana), redattore dell’omonima fanzine, distributore dei dischi della Crass Records. Vi assicuro che chiunque lo abbia conosciuto in quei giorni non se lo poteva scordare, perché Jumpy era una sfida vivente alle convenzioni e al bigottismo. Per questo era rispettato anche da chi non condivideva del tutto alcune sue idee o atteggiamenti. Sapeva perfettamente cosa volesse dire punk: «NON CONFORMARSI, non accettare, non voler essere parte e sostegno del presente stato di cose... perché chi saprà mantenere lo scontro provocato dal suo aspetto e dal suo essere punk, se non cederà e non tornerà più indietro sarà pronto per prove più impegnative per diventare un buon anarchico, ma chi cederà e svenderà perfino la sua personalità, la sua diversità ed accetterà di far parte della massa servile e poliziesca, sarà pronto solo per accettare qualunque compromesso». Ma poi...

Ma poi il mercato ha bussato alle porte del punk. Quel mercato criticato, disprezzato, rifiutato in tutte le maniere — a parole non con il rancore di chi si sente snobbato, ma con l’odio di chi si sente nemico — si è fatto avanti con le sue sirene. E ad aprirgli la porta non sono stati i punk musicofili tutti bandana e pogo. È stato Jumpy, è lui che piazzando i CCCP (fedeli alla lira) alla Virgin nel 1985 ha letteralmente iniziato la svendita del punk italiano. E che ha anche teorizzato la legittimità di questa decisione nelle note di copertina di un disco della Attack, annunciando l’inutilità di proseguire sulla strada delle autoproduzioni. Oggi è quasi impossibile descrivere l’effetto che questo passo ebbe sul movimento. Se fino a quel momento l’evidente voglia di “sfondare” commercialmente da parte di certi gruppi era tenuta a freno da un rifiuto di scendere a patti che non conosceva crepe, il varco aperto da Jumpy fece crollare in breve periodo la diga. Soprattutto perché a dare il via libera all’ingresso nel mercato, con tutto ciò che questo comporta, era stato proprio colui che ne aveva affermato chiaro e tondo l’incompatibilità con il punk: «Da un parte la volontà di vivere, dall’altra la determinazione ad uccidere. E non c’è nessuna possibilità d’intesa» giacché «dischi indipendenti ed alternativi sono soprattutto quelli AUTOPRODOTTI, alieni da ogni circuito ufficiale, da ogni compromesso & schiavitù con la SIAE, col prezzo massimo imposto, chiarezza di idee & amore per ciò che si fa, senza interesse né riguardo per la sua vendibilità».
Fu l’inizio della fine. Ma sarebbe sciocco imputargli la responsabilità di aver distrutto il movimento, perché non fece altro che prendere per primo una strada che in parecchi erano già intenzionati a percorrere. Il punto debole delle difese immunitarie del punk era il suo amore per la musica, la sua ingenua convinzione che «usando lo strumento musicale tu porti via spazio al normale mercato discografico e musicale». Sì, ci hanno ucciso al suono della nostra musica. Terminato lo slancio e l’entusiasmo dell’esplosione iniziale, è da lì che è venuto il recupero. È stato un risveglio brusco, ed amaro. Privato della rabbia di cui si nutriva, dell’assoluta estraneità a questo mondo che costituiva uno dei suoi principali fondamenti, il movimento cominciò a liquefarsi e di fronte al dilagare della diarrea del compromesso molti preferirono ritirarsi, annientarsi, scomparire.

Quanto al non più Jumpy, dopo aver sciolto l’Attack ed aver fatto per un breve periodo il manager dei CCCP (capito il gioco?) si è dedicato all’apologia delle nuove tecnologie e alla trasformazione del suo corpo portando avanti tutte le attività professionali connesse a questa mutazione. A dare retta alle sue sobrie e modeste note (auto)biografiche presenti su Wikiartpedia, in realtà il suo curriculum vitae, Helena Velena «ha la qualifica di esperta e scrittrice, ma fa parte di quella categoria di terroriste pornografiche e pedofile» e «combina una mente brillante dotata di un approccio estremamente critico, ad un look molto vistoso e volutamente provocatorio, il cui risultato è quello della agitatrice sociale totale». Deve essere proprio per questa sua straripante carica sovversiva che «è sempre più spesso ospite di note trasmissioni televisive come TG2 Dossier, Tenera è la Notte, Uno Mattina e L’Italia in Diretta», o che durante le ultime elezioni ha partecipato alla campagna elettorale in favore della Rosa nel Pugno.

Che tristezza. Jumpy era l’incarnazione della provocazione punk anarchica, che ad un certo punto ha rinnegato per diventare la primadonna del transgender. Fallito questo obiettivo a causa del successo elettorale e mediatico riscosso da Vladimir Luxuria, oggi Helena Velena è solo un fenomeno da baraccone che tira a campare esibendosi ovunque venga chiamata, dalle trasmissioni spazzatura della tv nazional-popolare alle feste di partito di vecchi stalinisti o giovani socialisti.


Da virus a ogm

Milano, 1 giugno 1985, centro sociale Leoncavallo. In occasione del loro concerto i CCCP, che hanno da poco firmato un contratto discografico abbandonando le autoproduzioni e sono per questo nell’occhio del ciclone, diffondono un volantino contro i punk anarchici del Virus. Vi si afferma che l’autogestione è solo una parola vuota (tranne nel Leoncavallo in cui dovevano suonare!) e si bolla come oscurantista la «volontà di purezza» che avrebbe animato gli attacchi nei loro confronti. Loro, i CCCP, non vogliono avere nulla a che fare con questa «volontà di purezza» che ha acceso i roghi degli eretici e recintato i campi di sterminio. Loro «si portano addosso gli insulti del Virus e di tanti altri, e ce la fanno».

Io che sono uno dei «tanti altri» non posso fare a meno di pensare a questo episodio da quando ho saputo dell’iniziativa che si è tenuta a Milano: Marco Philopat (ex Virus) che legge un testo di Andrea Bellini (ex sprangatore stalinista) in sua presenza, accompagnato dalla musica di Massimo Zamboni (ex CCCP). Mi sembra un perfetto esempio della grande marmellata contemporanea con cui da troppi anni veniamo imboccati, questa estetizzazione di fatti e passioni che annullando ogni diversità, ogni conflitto, li anestetizza. Dietro alla «memoria» tutta virtuale accumulata da Gomma, dietro alla «affabulazione» cara a Philopat, si staglia la visione di un mondo privato di ogni contenuto organico e consegnato sotto forma di merce al mercato. Se non nutrono troppa simpatia per la ricerca storiografica non è tanto per la muffa d’accademia che questa emana, ma per il rigore che in teoria comporta. Per questi accaniti fautori della tecnologia non esistono più fatti da riportare o idee da mettere in pratica, queste imperfezioni umane, esistono solo dati che possono essere registrati, scambiati e corretti a proprio piacimento. Smaterializzazione che cancella ogni consequenzialità e trasforma la realtà in una variopinta girandola in cui tutto si equipara e si capovolge. Se Berlusconi è un presidente operaio e Bush un paladino della libertà, non c’è da meravigliarsi se Philopat riesce a definire Andrea Bellini «uno Spartaco moderno insofferente a qualsiasi tentativo di addomesticamento», o se rivendica al Virus (cioè in parte a se stesso) l’organizzazione del «movimento contro i Cruise, i missili a testata nucleare installati dalla Nato in Sicilia» (come sostiene in un’intervista riportata nel sito della Shake!). Chi ha vissuto nella Milano degli anni 70 o era presente in Sicilia nel 1983, sa perfettamente che Bellini era solo un picchiatore al soldo dei racket politici stalinisti e che a Comiso i punx si limitarono a partecipare all’iniziativa anarchica contro la base. Ma i libri di storia “militanti” non vendono come quelli di letteratura.

Nonostante questa società abbia la capacità di presentare ogni gesticolazione dei suoi domestici intellettuali come fosse un avvenimento culturale, il revival del punk è l’ennesima squallida razzia contro un passato che non vuole essere mansuefatto. Esperienze teoriche, pratiche e sensibili da consegnare ai legittimi eredi nel presente affinché ne facciano uso, vengono trasformate in un data-base per letterati a corto di fantasia e assetati di “storie forti” con cui scalare le classifiche di vendita.

Dopo essere stato ingurgitato dal mercato, il virus del punk viene ora sputato ripulito nei nostri piatti come un ogm. Chi ne vuole scoprire lo spirito deve cercare fra la feccia, fra la canaglia, non presenziare alle inaugurazioni di targhe di marmo e aggregarsi ai party letterari.
Quanto a chi vuole sfruttarlo dopo essere passato dall’altra parte, un ultimo ricordo:
Ci guardano ma non ci vedranno mai.


Le cose da editare

Ebbene si, ormai manca davvero poco all'evento discografico che darà un senso a un anno e tre mesi di bradipa dedizione (si si, dicevamo così anche sei mesi fa...). Il primo disco dei Lev è infatti alle porte ed anche oggi l'ottimo fabrizio somma, il tecnico del suono che ha curato il mixing, ci ha tenuto compagnia con i suoi compressori multibanda e i suoi video di aphex twin... a pensarci bene forse è proprio questa la bellezza e l'utilità dell'autoproduzione! se non avessimo avuto la libertà nel decidere i tempi necessari e la possibilità di condividere un'esperienza con altre persone senza la mediazione del denaro probabilmente metà delle idee che compongono quest'album non sarebbero mai nate...e soprattutto, al di là del risultato e della musica, non ci saremmo divertiti insieme e non saremmo cresciuti insieme così come abbiamo fatto in questi mesi. certo claudio non avrebbe perso nottate ad editare le nostre incapacità esecutive e fabbro avrebbe finito da un pezzo di leggere quel libro di dostoevsij che giace da un pò sulla sua scrivania... fatto sta che nel mese di febbraio tutti i pezzi saranno liberamente scaricabili!

Sempre che sabato scorso non eravate al mamamu (non potete immaginare che fosso che avete scansato!) dateci un ascolto e fateci sapere che ne pensate! d'altronde se state leggendo questo blog vuol dire che siete degli amici e che almeno un poco ci volete bene... 


Le cose da evitare

Citando il titolo di una pietra miliare del rock partenopeo riapriamo, nostro malgrado, la rubrica di controinformazione dedicata a quelle situazioni spiacevoli fatte di pacchi, truffe e kebab senza cipolle in cui si imbattono di tanto in tanto i Lev. Sul nostro moribondo sito abbiamo già detto tutto della Sottosopra records che, a quanto pare, aveva come fine ultimo proprio quello di recare danno ai nostri eroi (e dategli torto!)... subito dopo averci truffato infatti si è nebulizzata nell'aere della bassa Toscana!

Questa nuova segnalazione invece la dedichiamo a tutti i nostri concittadini napoletani: se avete un problema col vostro ampli NON portatelo al laboratorio di Giorgio Monti sito in via Netti (traversa di via Simone Martini) al Vomero... dopo essere stati ripetutamente avvertiti delle vostre esigenze non esiteranno a lasciarvi a piedi per la vostra serata! Come direbbe l'indimenticabile prof. Cerbella: PESSIMI SOGGETTI!

Ma adesso pensiamo alle notizie positive... se non vi è bastata quella della morte dell'ex dittatore indonesiano anti-comunista e anti-popolare Suharto, tenete d'occhio il prossimo post! 


ah già, il blog

queste brevi righe solo per spiegare perché l'apertura di un blog, cosa troverete qui sopra, e soprattutto che fine ha fatto carmen sandiego.
chiaramente, come in tutti i migliori film d'azione - e questa vita passata fra letto e tastiera forse non lo è ? - che fine ha fatto carmen sandiego lo saprete solo alla fine della nostra lev-avventura, nel 2017... per il momento accontentatevi di queste gustose righe:

1. come scritto nello storico manifesto (sta qui sotto, cercatevelo, non fatemi rinserire il link), i lev sono un gruppo abbastanza cazzuto, che si propone di fare musica - perché comunque che c'è di più bello di farsi vedere da migliaia di persone mentre in uno strettissimo pantalone di pelle s'intona "oh oh livin' on a prayer"? - ma anche protesta, tanta protesta, cercando di evitare i linguaggi un po' logori e triti di quella che normalmente passa per canzone "impegnata" e "sinistra radicale".
la cosa non è per niente facile, e infatti stiamo soccombendo rispetto al compito (ovviamente stiamo soccombendo anche grazie all'adolescenza che se ne va, a frustanti tempi di studio/non lavoro, allo svacco, alle necessità e superfluità della vita e altri mille futili motivi...).
certo, non aiuta non sapere quasi suonare, ed avere un'idea degli arraggiamenti pari a quella di little tony... ma una volta (precisamente il 13 luglio del '76) si diceva che l'importante è avere qualcosa da comunicare... e su questo non potete sbagliarvi: i lev di cose da dirne - e da cantarne - ne hanno pure troppe. oh sì oh yeah.
 
2. cio' detto, non si spiegherebbe perché anche un blog, visto che c'è già un fantastico
sito. semplice: dopo un'accurata lettura di 15 volumi di tecnica delle relazioni umane, nuovi media ed invenzione creativa e trasfigurazione alienante abissale, abbiamo pensato: ma il blog è uno strumento molto diretto, in effetti incarna abbastanza lo spirito-lev, forse è stato teleologicamente pensato proprio per noi. e poi è notevolmente più semplice da aggiornare di un sito (in quale, in effetti, languiva sempre un pò).
avremmo potuto metterci su un myspace, come si porta fra questi ragazzetti di oggi, ma scherziamo? le sirene del capitale non le ascoltiamo, abbiamo le orecchie piene di cerume proletario, e se dobbiamo rompere i coglioni a qualcuno lo facciamo nella libera terra di autistici/inventati, al cui collettivo dobbiamo molto (certo, anche loro aspettavano noi per far decollare davvero il progetto... chi se li legge gli altri blog, dai...)

3. veniamo in ultimo al cosa troverete qui sopra. be', questo dipenderà molto dalla nostra capacità di sviluppare quel lato tecnico-informatico che in noi è ancora allo stadio "sapientino" della clementoni, visto che abbiamo appena imparato a collegare le domande alle lucine... ciò detto, e se tutto va bene, reperirete valanghe di parole (quelle ve le possiamo sempre assicurare), molta musica da scaricare a gratìss ma con profitto, testi con tentativi di autoesegesi psicanalitica, video and zoo on...
 
questo e' tutto, per il momento. ma, nel frattempo, lasciate commenti, fate donazioni, fermateci per strada, dateci un segnale di qualsiasi tipo. non è che non ci sentiamo amati, al momento non siamo nemmeno sicuri di esistere. e senza esistere non si può creare, a meno che non sei dio, il quale seppe creare la sua stessa esistenza. ma all'epoca comunque era più facile. 

in ultimo, un grazie ai bonobo che in una super quark di qualche anno fa resero possibile tutto questo.
a presto,
i lev


lo storico manifesto

ecco, dal sito moribondo o morituro dei lev, lo storico manifesto che li accompagna dal 2002, con altre informazioni sparse... tien'a'ment'!

 (Continua)